La Legge di Bilancio, nota anche come Finanziaria, interverrà anche sulla previdenza integrativa. Nella farragine di modifiche previste nell’ultima versione disponibile, parecchie sono minime. Ne esamineremo due invece di notevole rilevanza.
La trappola scatta prima. A partire dal 1° luglio 2026 è prevista fin da subito “l’adesione automatica alla previdenza complementare, con facoltà di rinuncia entro sessanta giorni, per i lavoratori dipendenti del settore privato di prima assunzione”.
Ora per i nuovi assunti l’adesione silente, cioè forzosa, avviene solo dopo sei mesi. Nella nuova versione uno avrà quindi molto meno tempo per difendersi. Sarà cioè più facile ingabbiare i distratti. Non servono lunghi discorsi per spiegare quanto ciò sia peggiorativo.
Rischi per i lavoratori, guadagni per i gestori. Qui invece occorrono alcuni chiarimenti, perché la materia è tecnica e il grande imbroglio dell’educazione finanziaria riuscirà a fare credere che si tratta di un miglioramento a maggior tutela degli interessati. La questione riguarda i cosiddetti aderenti silenti, cioè quelli che vengono intrappolati nella previdenza integrativa col meccanismo prevaricatore del silenzio-assenso. La modifica prevede “linee di investimento caratterizzate da differenti profili di rischio-rendimento, tenendo conto in particolare dell'orizzonte temporale […] dell'aderente”. In pratica ciò significa che i giovani verranno caricati di azioni, di cui sarà poi ridotta la percentuale a favore del reddito fisso, andando verso l’età della pensione. È il cosiddetto life cycle (ciclo della vita), una trovata di economisti complici dell’industria parassitaria del risparmio gestito.
La protezione che offrirebbe il life cycle è infatti illusoria, come dimostrano i dati storici, accuratamente nascosti per fare fessi i risparmiatori. Durante la grande fiammata inflattiva degli scorsi anni ’70 registrò perdite massicce anche il reddito fisso e non solo le azioni. Analogamente nel 2022, con l’inflazione arrivata all’11,5%, furono pesanti le perdite reali pure per i fondi obbligazionari. E quanto si è visto nella pratica vale anche a livello teorico, salvo ricorrere a una teoria taroccata per imbrogliare i lavoratori/risparmiatori.
Il fine vero è convogliare più soldi nei comparti azionari, molto più graditi ai gestori per il semplice motivo che sono più cari, ma anche perché gli offrono occasioni per dirottare i titoli nei fondi in una direzione o nell’altra nel caso di scalate azionarie, perseguendo un proprio tornaconto. Ciò è facilitato dalla pressoché totale assenza di trasparenza dei fondi pensione.
Rispetto all’impostazione attuale la modifica è fortemente peggiorativa per i lavoratori (e ovviamente migliorativa per i profitti dell’establishment bancario-assicurativo). Viene infatti dato un calcio alle attuali linee garantite, che tutelano almeno dalle perdite nominali il Tfr e altri soldi versati nella previdenza integrativa.


